
Nel nostro racconto, uno dei protagonisti afferma che se un gatto parlasse, non lo capiremmo comunque.
Le parole non sono altro che contenitori di significato. Ma il significato non nasce dal nulla: deriva dalla percezione della realtà e dall’esperienza che abbiamo del mondo. Un gatto ha la sua realtà, il suo modo di vivere, sentire e percepire. È con questa realtà che si costruisce i suoi “nomi”, i suoi riferimenti alle cose.
Diamo per scontato che il “dare un nome alle cose” sia un atto esclusivamente umano, ma forse anche un gatto lo fa, a modo suo. Il punto non è la lingua, ma l’esperienza. Un gatto non parla una lingua diversa: vive un’esperienza diversa, e anche in lui si fa strada la conoscenza.
Forse è questa la vera sfida: capire che il dialogo non passa solo per le parole, ma per la capacità di ascoltare e osservare mondi diversi dai nostri.
Che ne pensate? Quanto della realtà che ci circonda rimane fuori dalla nostra comprensione? E se il linguaggio fosse solo una delle tante strade per costruire un ponte tra esperienze diverse?






