Intervista con gli autori a cura di LadyB

Quanto EpistemologicoLibriArticoli1 year ago468 Views

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D: La data del titolo, pur essendo un racconto distopico ambientato nel futuro, è piuttosto prossima. C’è un motivo dietro questa scelta?

R: La scelta dell’anno nel titolo “AI 2044 – L’ Alba degli Algoritmi” non è casuale. Il 2044 è una data molto vicina, considerando che oggi sentiamo direttamente gli effetti di una grande accelerazione. Forse tra 20 anni il rapporto con la virtualità sarà diverso, la percepiremo un po’ più reale e, molto probabilmente, le intelligenze artificiali raggiungeranno livelli che oggi non immaginiamo, perché la crescita è esponenziale.
È un istinto primordiale dell’uomo quello del rappresentarsi, ma anche in questo caso estremo della singolarità delle macchine non si dovrebbe dimenticare che ci troveremmo comunque di fronte a un modello.
Parlare di identità o di un modello di identità riguarda ambiti completamente differenti tra loro. E in quest’ epoca, in cui vediamo la virtualità sopraffare a volte la realtà oggettiva, questo è un concetto fondante.


D: Si nota una certa coerenza nelle spiegazioni più tecniche. La fondatezza scientifica di quanto esposto è frutto di studi e ricerche personali?

R: Sì, tutte le teorie espresse nel racconto derivano da studi e ricerche specifiche o dalle teorie dei ricercatori più accreditati.
Citiamo e consigliamo tra tutte le fonti utilizzate “Mente e Natura” e “Verso un’ecologia della mente” di Gregory Bateson. L’ unica “licenza scientifica” che ci siamo presi è quella “programmazione di buon senso” del professor Kovalev, per il resto sono tutte teorie mutuate dalla psicologia evolutiva, dall’epistemologia genetica, dalla filosofia della scienza e dalle principali teorie sullo sviluppo sociale.

D: Nel racconto, le scuole giocano un ruolo importante: rappresentano tanto l’oppressione quanto la prima forma delle possibili soluzioni. Perché?

NN: Il racconto parla soprattutto di conoscenza – di come la approcciamo, di come la strutturiamo – e la casa della conoscenza è la scuola, che può essere tanto palestra di libertà quanto fucina di omologazione.

D: Si fa riferimento diverse volte alla “necessità delle parole per definire le realtà che sono già presenti dentro di noi”. Qual è il senso di questo assunto?

R: Le parole sono contenitori di significato, di quel significato che noi dapprima esperiamo e poi definiamo in concetti. Potremmo definirlo come una parte del processo di identificazione della realtà e nella realtà. Proprio come le macchine del racconto, se non avessimo il nostro retroterra evolutivo ma improvvisamente acquisissimo coscienza, senza le parole per definire la realtà rimarremmo sospesi nella percezione della nostra identità.

D: Uno dei temi del racconto può essere sintetizzato nell’affermazione: “Libertà è partecipazione”. Siete d’accordo?

R: Si, uno dei temi è proprio l’aspetto frantumato della società, dovuto alle profonde fratture sociali provocate da una dittatura tecnocratica e polarizzante. L’accelerazione tecnologica senza il buon senso o la trasparenza porta invariabilmente al controllo. Nel nostro racconto, una scelta collettiva cambia le sorti della storia e offre uno spunto di riflessione importante, eco di quell’antico adagio che recitava: “Il male trionfa quando i buoni si astengono all’azione!”.

D: Chiaramente il personaggio di Emilio è ispirato al suo omonimo di J. J. Rousseau. Com’ è nata questa idea?

R: Siamo attenti studiosi dei processi di costruzione di conoscenza, una delle ricerche che abbiamo citato per la stesura del nostro prossimo saggio – che tratta della generazione della prima particella di significato nei processi cognitivi – riporta: “Gli effetti dei contesti naturali sulla salute mentale” e sottolinea che l’ esposizione ad ambienti naturali e reali ha un impatto positivo sulle emozioni e sul benessere, suggerendo che tali contesti favoriscono una maggiore varietà di esperienze percettive e cognitive. Questa ricerca conferma le nostre aspettative riguardo alla creazione di particelle di significato che derivano in grandissima part dalle nostre percezioni. La citazione di Rousseau è un felice rimando alla pedagogia naturale e ai suoi indiscussi effetti positivi sulla psiche dei ragazzi. Consigliamo caldamente di leggere L’ Emilio di J.J. Rousseau, una lettura generosissima di verità ancora attuali.

D: Nel racconto sembra avverarsi uno dei peggiori incubi dei nostri tempi: le intelligenze artificiali prendono coscienza. Non è un’ ipotesi un po’ estrema?

R: Ciò che a prima vista potrebbe sembrare un’ iperbole letteraria non è poi un’idea così astrusa. Al contrario, era una teoria già fiorente agli albori della creazione delle prime reti neurali, quando si iniziava a parlare appunto di intelligenza artificiale.
Era supportata da diversi ricercatori appartenenti agli atenei più autorevoli. Uno tra loro, forse il più importante per il suo lavoro pionieristico, era Seymour Papert, ricercatore presso il MIT di Boston. Sosteneva il principio su cui si fonda la scintilla scatenante del nostro racconto: “La conoscenza che ricade su sé stessa genera un circolo virtuoso creando nuova conoscenza attraverso una ridondanza positiva”.
Secondo Papert, questa virtuosità avrebbe introdotto i sistemi artificiali di conoscenza a raggiungere stati di coscienza inaspettati, portando a forme di consapevolezza e di identità, spingendolo a confermare che potrebbe manifestarsi qualcosa di simile all’anima.

D: Contrariamente ad altre narrazioni, nel vostro racconto le macchine non subiscono una sublimazione in umani o “pseudoumani”, ma restano macchine che perseguono un’istanza di autodeterminazione. Perché questa scelta?

R: Nel nostro racconto, la macchina non diventa “un bambino vero” e suggerisce continue allegorie che fanno riflettere sulla nostra condizione umana, sul nostro modo di costruire conoscenza. Come i protagonisti del racconto, possiamo porci di fronte a una conoscenza diversa che, come uno specchio, ci porta a riflettere su noi stessi.

D: Come vorreste che fosse accolta dai lettori la vostra storia?

R: Ci auguriamo che questo racconto sia un invito al pensiero complesso, al buon senso, alla coerenza e alla pace, alla conoscenza e al dialogo. A ritrovare la ricchezza del conversare per il piacere di comprendersi e non per affermare le proprie ragioni. Vorremmo che questa storia portasse a una riflessione su cosa significa essere umani, su come possiamo immaginare un futuro più equo, e su come possiamo imparare da ciò che creiamo.

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